UN PROCESSO DI PROGETTAZIONE INFORMALE A DHARAVI, MUMBAI

FRANCESCO STROCCHIO / Rel: Michele Bonino / Corel: Subhash Mukerjee, Matias Sendoa Echanove, Rahul Srivastava / Politecnico di Torino

Abstract

Progettare dentro lo slum di Dharavi è forse una delle scommesse più stimolanti che potessero esserci proposte. Nel momento in cui siamo partiti dall’Italia l’idea di dover sviluppare un masterplan appariva come una sfida ardua, ma allo stesso tempo come il rischio di una proposta effimera che sarebbe sfociata in un progetto accademico distante delle dinamiche informali. La proposta avanzata da Matias Echanove e Rahul Srivastava, membri fondanti di URBZ, è stata invece di lavorare su un progetto reale, con un committente ed un budget reali su un piccolo lotto all’interno di New Transit Camp. Ipotizzare soluzioni semplici e low-cost, tenendo conto dei ragionamenti ereditati dall’installazione presentata pochi mesi prima alla Biennale di Rotterdam, è divenuto un problema reale al quale era necessario dare risposte rapidamente.

Progettare dentro Dharavi si è così rivelata un’esperienza completamente differente rispetto al farlo in qualsiasi altra parte del mondo (almeno se per mondo si intende quello costruito formalmente). L’essere all’interno di una parte di città in cui praticamente nessuno degli edifici che ti circondano è stato progettato su carta pone interrogativi interessanti su quale debba essere il ruolo dell’architetto. La narrazione del processo è in realtà la parte ai nostri occhi più interessante di questo lavoro, più interessante anche dell’output progettuale in sé.

Dharavi è uno degli slums “storici” di Mumbai ed è stato considerato per molti anni il più grande di tutta l’Asia. All’interno di un tessuto informale “auto-costruito” si sono sviluppati dinamiche e meccanismi che hanno permesso la sopravvivenza di quasi un milione di persone. Oggi, in seguito all’espansione urbana della città, da territorio periferico Dharavi è divenuto uno dei lotti più appetibili di tutta Mumbai, collocandosi al centro del sistema di trasporto ferroviario che collega la city con la regione metropolitana e sorgendo a poche centinaia di metri dal Bandra Kurla Complex, uno dei centri finanziari più importanti della città.

Per l’area su cui sorge Dharavi è stato ipotizzato un piano di risanamento al quale si lavora dal 2004. Un team diretto dall’architetto indiano Mukesh Mehta ha previsto uno sviluppo in verticale, con edifici che arrivano fino a 20 piani fuori terra destinati a spazi commerciali e residenziali per i ceti medio-alti. Solo una parte di questi sarà destinata all’housing per gli attuali residenti di Dharavi. I dubbi sorti attorno a questo progetto hanno portato alla creazione di un fronte trasversale di opposizione che coinvolge da prime le ONG impegnate sul luogo, ma anche intellettuali, attivisti sociali e associazioni di ricerca.

Il nostro lavoro si è posto l’obiettivo di studiare il contesto di Dharavi e di proporre una possibile alternativa al Dharavi Redevelopment Plan. La tesi è divenuta anche l’occasione per riflettere su quali siano le dinamiche che si sviluppano all’interno di un processo di progettazione informale e su quale possa essere il ruolo dell’architetto all’interno di queste dinamiche. Una prima parte, relativa all’installazione “Coexistance as survival” presentata alla IV International Architecture Biennale di Rotterdam (dal settembre 2009 al dicembre 2009) a cura del Politecnico di Torino e di “Hindustry Urban Design Research Group”, diviene il metodo utilizzato per descrivere il contesto e la sua complessità. Una seconda parte descrive invece il processo progettuale per la costruzione di uno spazio comunitario all’interno del nagar di New Transit Camp, a Dharavi. Un capitolo conclusivo è dedicato alle eredità lasciate da questo lavoro.

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COEXISTANCE AS SURVIVAL

Rotterdam Biennale 2009

L’installazione proposta per l’esibizione comprende un modello in sezione di Dharavi e sei differenti layer interpretativi esposti su una tavola a supporto. Il modello nasce dalla scelta di lavorare su una sezione spaziale che, ridisegnando una superficie in pianta di 13×130 metri, ricrea una stretta banda di spazio urbano e diviene il vero mezzo per un apprendimento interattivo. La volontà di lavorare su un modello in sezione così stretto nasce dalla consapevolezza della ricchezza e dalla complessità del meccanismo dello slum.

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Spesso in modo informale, a volte anche illegalmente, Dharavi è stata in grado di creare la propria economia efficiente, una propria specifica “ecologia”, una sorta di turbolenta ma organizzata società. Il caos apparente è in realtà una complessa ed efficientissima forma di organizzazione, migliorata e perfezionata con il passare del tempo, impossibile da comprendere dagli occhi esterni. Questo è probabilmente il motivo per cui ogni piano di sviluppo per quest’area ha sempre preferito evitare il confronto con questa realtà. Lo slum di Dharavi è stato trattato come una tabula rasa: uno spazio in cui la possibilità di sviluppare la densità in altezza era fornita come unica soluzione.

L’osservazione di questi meccanismi è impossibile se non si trova un modo di guardare più in profondità. Per il nostro gruppo di lavoro, comprendere Dharavi ha reso necessario acquisire occhi neutrali, abbandonando l’inevitabile aspirazione all’affascinante sguardo esoticista suscitata dagli incredibili “estremi” del luogo. La nostra analisi ha tentato di costruire quegli occhi neutrali, in grado di indagare e di “svelare” la logica nascosta dietro all’apparente caos dello slum. Una serie di “maschere” tematiche divengono Il mezzo di lettura di una sezione diversamente “muta”: potendo scorrere queste di fronte al modello, si oscurano alcune parti di Dharavi mettendo a fuoco specifiche attività, intersecati meccanismi e affascinanti storie nascoste nell’intensità del nucleo urbano. Improvvisamente isolate, queste storie possono essere osservate nella loro forza sinergica.

Questi tasselli sono per noi il punto di partenza per qualsiasi ragionevole piano di sviluppo urbano o risanamento.

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NEW TRANSIT CAMP SOCIAL CLUB

Dharavi 2009

Il lavoro di progettazione si è concentrato su un piccolo lotto del nagar di “New Transit Camp”.

Siamo stati inseriti all’interno di un processo di progettazione informale molto complesso con il fine di progettare una struttura ad uso comunitario. Gli spazi ipotizzati internamente sono in realtà cambiati nel corso del tempo, caratterizzando fortemente il percorso progettuale. L’elemento caratterizzante per tutto lo sviluppo del processo è stata la volontà di restare fortemente connessi alle dinamiche locali.

Questo si è tradotto nella scelta di un sistema costruttivo in acciaio (sistema pallet racks), proposta dal nostro possibile finanziatore, ed in un lavoro impegnativo su una serie di scelte costruttive low cost che hanno tenuto conto delle possibilità di reperimento dei materiali in situ e della possibilità di riuso di materiali per la costruzione dei sistemi parete. La maggior parte delle proposte progettuali si sono concentrate sulle possibilità di studio disistemi parete e sistemi di copertura a basso costo che puntassero ad un miglioramento del comfortinterno dell’edificio.

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CONCLUSIONI E PROSPETTIVE FUTURE

Il nostro output progettuale non è oggi stato realizzato e, probabilmente, questo sarà nuovamente rivisto durante i prossimi mesi. È stata comunque avviata una raccolta fondi attraverso il web dall’organizzazione URBZ, con lo scopo di proseguire alcune attività all’interno di una parte già costruita sul lotto.

L’eredità che questo lavoro lascia sono senz’altro molteplici e diversificate, a partire dalla documentazione di questo tipo di processo, prima ancora che dal risultato progettuale in sé e da una acquisita capacità di interazione con gli attori che entrano in gioco all’interno di un progetto di architettura che potrà tornare utile anche in un futuro contesto lavorativo. Resta poi un rilevante apporto per lo sviluppo di alcuni dettagli costruttivi, inteso come tentativo per migliorare l’habitat interno dell’edificio, attraverso nozioni acquisite durante il nostro percorso di studi e che appaiono innovative in una realtà come Dharavi.

Resta infine la presa di coscienza della necessità di un approccio partecipato al progetto soprattutto in contesti informali ed allo stesso tempo la consapevolezza del fatto che intervenire su un piccolo tassello di Dharavi, come detto, costituisce non tanto il limitare il proprio campo d’azione, bensì credere che questo tipo di realtà possa essere aiutata, incentivata ed incrementata attraverso progetti che tengono in conto la ricchezza dei meccanismi e della società che si nasconde dietro all’apparente caos della realtà informale.

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